3.1 Premessa all’analisi dell’opera

July 4th, 2010 § 0

Bartók era un uomo colto, pacato, educato, aperto alla natura e legato alla leggenda rustica, semplice ma non banale, dall’animo puro e innocente senza essere moralista (la parola scurrile, la barzelletta volgare gelavano sulle labbra del più impenitente mattacchione1); nel 1938 Serge Moreux resta colpito «dalla distinzione e dall’eleganza raffinata di quest’uomo di media statura, dal viso allungato, giovanile sotto una capigliatura bianca ed illuminato da uno sguardo azzurro e inquisitore. Dalla sua snellezza fisica, trasparivano una tranquillità alquanto melanconica, una tensione di arco teso irrigidito senza sforzo, e una riservatezza amabile si sprigionava da una cortesia rara ai nostri tempi».2
E’ lecito quindi porsi la questione sul perchè questo asceta laico3 si fosse imbattuto ed impuntato su un soggetto scabroso e scandaloso dall’esistenza scenica tanto difficile come il Mandarino.

Il contesto storico in cui il Mandarino è stato pensato è quello della prima grande guerra mondiale e del turbolento ed agitato dopoguerra: nell’estate del 1916 la ritirata delle truppe austriache in Transilvania minacciò di travolgere la famiglia di Bartók, moglie e bambino di pochi anni; nel 1918

la guerra era persa, la rivoluzione sconfitta, egli sentiva amaramente le difficili condizioni in cui avrebbe dovuto vivere e considerò persino di emigrare [...] fu un periodo in cui Bartók dovette affrontare le crudezze della vita, un periodo di riflessione. Perciò la musica del Mandarino esprimeva, come scrisse Bence Szabolcsi:«la visione di un modo di vita passato che non è più possibile, una visione del bene e del male serrati in una lotta mortale, di violenza e di voglia di vivere; una visione di umanità e disumanità, di oriente e occidente e delle forze opposte di civiltà e di tutto ciò che è più primitivo…»4

In realtà

siamo praticamente privi d’informazioni sulla genesi del lavoro e sulle sue cause occasionali. Ma l’atmosfera rivoluzionaria, di caotico entusiasmo, è da tener presente come un’ovvia spiegazione dei caratteri eccessivi, esasperati, che tanto il soggetto quanto la partitura presentano.5

D’altro canto

Bartók era un uomo puro, che non vuol dire casto: conobbe ed apprezzò la vita dei sensi come un aspetto della natura, di quella Natura ch’egli idolatrava in tutte le sue manifestazioni. Né la vita né l’arte di Bartók furono soverchiate dall’ossessione erotica, ma quando egli vi si accosta, lo fa con quella colossale impudicizia di cui soltanto i puri sono capaci. Il Mandarino è appunto questo: la realtà dell’istinto sessuale accettata per quel che è, senza falsi pudori, e collocata al suo posto in quella concezione naturalistica, venata di brivido demoniaco, che faceva intuire a Bartók la realtà segreta dei fenomeni, l’al di là delle cose, oltre la loro normale apparenza sensibile.6


  1. M. MILA, L’arte di Béla Bartók, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1996, p. 63.
  2. P. MARI, Béla Bartók, Milano, SugarCo Edizioni, 1978, p. 97.
  3. M. MILA, op. cit., p. 63.
  4. Laboratorio Musica, op. cit., p. 100 sgg.
  5. M. MILA, op. cit., p. 61.
  6. M. MILA, op. cit., p. 64.

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