5. Bibliografia

August 6th, 2010 § 0

  • AA. VV., Dizionario dello spettacolo del ’900, a cura di F. Cappa – P. Gelli, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  • AA.VV., Novecento. Catalogo dell’arte italiana dal Futurismo a Corrente, Milano, Mondadori, 1993, pp. 190 -191.
  • AA. VV., Storia della musica, Torino, Einaudi, 2002.
  • Riccardo ALLORTO, Nuova storia della musica, Milano, Ricordi, 1989.
  • Leo BLACK, Béla Bartók, The Wonderful Mandarin, vedi pref. partitura The Wonderful Mandarin, Pantomime in 1 act by Melchior Lengyel, Vienna – Londra, Philarmonia Partituren No.304, Universal Edition, 1955.
  • Antonio CASTRONUOVO, Bartók, Sannicandro Garganico (Fg), Gioiosa Editrice, 1995, pp. 13-123, 295-308.
  • Timothy DAY, in CD The Miraculous Mandarin. Music For Strings, Percussion And Celesta, Decca, 1997.
  • A. DELLA CORTE – G. PANNAIN, L’ottocento e il novecento in Storia della musica, vol. 3, Torino, UTET, 1944.
  • Armando GENTILUCCI, Guida all’ascolto della musica contemporanea, Milano, Feltrinelli, 1990.
  • Paul GRIFFITHS, Béla Bartók, The Miraculous Mandarin, concerto for orchesta, in CD 458841 Béla Bartók, The Miraculous Mandarin, concerto for orchesta, Decca, 2001.
  • Laboratorio Musica, Béla Bartók, il musicista, il didatta, il ricercatore, Milano, Ricordi, 1981, I quaderni di Laboratorio Musica, 1.
  • Vera LAMPERT – László SOMFAI, Béla Bartók, in AA. VV., Bartók Stravinsky, Milano, Casa Ricordi, 1995, pp. 13-84.
  • Pierrette MARI, Béla Bartók, Milano, SugarCo Edizioni, 1978.
  • Giacomo MANZONI, Guida all’ascolto della musica sinfonica, Milano, G. Feltrinelli Editore, 2000.
  • Massimo MILA, L’arte di Béla Bartók, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1996, pp. 60-65.
  • Aurelio MILLOSS, Il mandarino meraviglioso, in AA. VV., Teatro contemporaneo diretto da Mario Verdone, app. 7, Roma, Lucarini, 1989, pp. 35-36.
  • Mario VERDONE, Milloss e la drammatica della danza, in AA. VV., Teatro contemporaneo diretto da Mario Verdone, app. 7, Roma, Lucarini, 1989, pp. 1-5.
  • Alberto TESTA, Bartók nell’estetica del balletto moderno in generale e nell’opera di Millos in particolare, in “NRMI”, 2, 1981, Torino, ERI, pp. 227-240.

3.4 Significato

July 26th, 2010 § 1

The Miraculous Mandarin - Warren Criswell

Il Mandarino è, fra i tre lavori teatrali di Bartók (Il castello di Barbablù e Il principe di legno sono gli altri due) il più eminente per contenuto artistico ed emozionale e il più sottile nel rappresentare la tragedia del mondo moderno. In tal senso il Mandarino si pone al termine della parabola tracciata dai precedenti lavori teatrali, ne ridiscute l’argomento dell’amore ed introduce il problema con cui l’autore aveva fatto i conti durante la guerra e col quale ancora si sarebbe scontrato negli anni dell’esilio: la città come immagine dell’invadente civiltà moderna in contrapposizione alla campagna come luogo della concreta civiltà contadina.1

Differentemente dai precedenti lavori teatrali, in questa opera i temi non sono avvolti dal mito o dalla favola, ma vengono presentati in tutta la loro cruda realtà sin dalle prime battute. Tempo (XX° secolo) e luogo (periferia di una grande metropoli) vengono specificati con precisione:

l’atmosfera alienante ed ostile della città agisce su vittime incolpevoli facendosi responsabile del vizio, dell’amore denaturato, della morte spirituale, in una prefigurazione del destino di massa i cui germi Bartók percepì già nell’immediato dopoguerra.2

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3.1 Premessa all’analisi dell’opera

July 4th, 2010 § 0

Bartók era un uomo colto, pacato, educato, aperto alla natura e legato alla leggenda rustica, semplice ma non banale, dall’animo puro e innocente senza essere moralista (la parola scurrile, la barzelletta volgare gelavano sulle labbra del più impenitente mattacchione1); nel 1938 Serge Moreux resta colpito «dalla distinzione e dall’eleganza raffinata di quest’uomo di media statura, dal viso allungato, giovanile sotto una capigliatura bianca ed illuminato da uno sguardo azzurro e inquisitore. Dalla sua snellezza fisica, trasparivano una tranquillità alquanto melanconica, una tensione di arco teso irrigidito senza sforzo, e una riservatezza amabile si sprigionava da una cortesia rara ai nostri tempi».2
E’ lecito quindi porsi la questione sul perchè questo asceta laico3 si fosse imbattuto ed impuntato su un soggetto scabroso e scandaloso dall’esistenza scenica tanto difficile come il Mandarino. » Continua a leggere «

1.3 Dall’ispirazione alla prima stesura

May 31st, 2010 § 0

La prima ispirazione risale al gennaio del 1917, quando Bartók rimase affascinato dalla lettura del testo di Menyhért (Melchior) Lengyel1, Il mandarino meraviglioso, pubblicato sulla rivista letteraria ungherese Nyugat della quale era abbonato. E’ probabile che fosse stato scritto nel 19122 per il balletto di Diaghilev3 o come base di un libretto per una opera che Ernö Dohnányi4 avrebbe dovuto scrivere5. Nessuna delle due possibilità si concretizzò lasciando a Bartók la possibilità di utilizzare la trama per un suo lavoro.

Dalla tradizione narrativa orientale dell’amante invulnerabile, Lengyel era riuscito a trarre un intreccio di grande modernità, soprattutto per l’ineffabile combinazione fra atmosfera fantastica e sordido realismo.6

Pochi mesi dopo averlo letto, Bartók aveva già composto alcune parti complete. » Continua a leggere «

1.2 Breve biografia

May 24th, 2010 § 0

Béla Viktor János Bartók nacque a Nagyszentmiklós (oggi Sânnicolau Mare), in Transilvania, nel 1881. Venne sin da piccolo educato alla musica, dapprima dalla madre che gli insegnò i rudimenti del pianoforte, in seguito, a soli dodici anni, dal M° L. Erkel che lo iniziò alla composizione: terminerà gli studi all’Accademia musicale di Budapest nel 1903.
Insieme all’intensa attività di pianista, cominciò a coltivare un interesse appassionato per la musica ed il canto popolare ungherese, interesse che si trasformò in studio profondo di ogni manifestazione della musica etnica e del folclore: è facile immaginare quanto questi studi musicologici avrebbero influenzato tutta la sua attività di compositore.

Come la musica contadina, da lui rivelata, appare non subordinata all’istituzione colta, così la sua musica sembra spesso esprimere una realtà quasi ‘vegetale’, autonoma e autosufficiente, staccata dal soggetto.1

Forse nessun musicista a lui contemporaneo ha saputo esser fedele con tale coerenza a istanze, anche etiche e sociali, apparentemente diverse: al senso autentico e profondo di un radicale rinnovamento delle forme, all’amore per le tradizioni del mondo popolare e contadino. Giacchè dall’elemento popolare egli parte per una profonda esplorazione della condizione umana contemporanea.2

Béla Bartók

Nel 1940 lascerà l’Europa per trasferirsi negli Stati Uniti ove morirà nel 1945 in miseria e solitudine.

Una sua opera in particolare avrebbe meritato di apparire alla Entartete Musik, per il tema trattato ma soprattutto per il linguaggio musicale utilizzato: il primo, crudo ed esplicito (prevede alcuni omicidi ed una rappresentazione dell’atto sessuale), scosse e disturbò il ‘delicato’ pubblico che non riuscì però a cogliere il messaggio più profondo, severo e accusatorio espresso dal linguaggio musicale; l’opera si intitola A csodálatos mandarin.


  1. “Béla Bartók” in La nuova enciclopedia della musica, Milano, Garzanti Editore, 1983.
  2. “Béla Bartók” cit.

1.1 Premessa

May 24th, 2010 § 0

Entartete Musik

Il 24 maggio del 1938, a Düsseldorf, in occasione del primo Reichmusiktage (in programma dal 22 al 29) venne organizzata la prima Ausstellung Entartete Musik. Un anno prima, ad accompagnare la Großen Deutsche Kunstausstellung, era stata organizzata la prima Entartete Kunst.
La Großen Deutsche Kunstausstellung e il Reichmusiktage erano rassegne di arte germanica (quella ‘ufficiale’ del regime) organizzate da Joseph Göbbels, Ministro della Propaganda del III Reich (la prima inaugurata dal Fürer Adolf Hitler in persona): si proponevano di celebrare la nuova arte della ‘razza superiore’.
Le due esposizioni collaterali ‘minori’ (Entartete Kunst e Entartete Musik) volevano ribadire il concetto di una arte germanica superiore mostrando (al contrario delle esposizioni principali) tutti quei generi artistici non ammessi dal regime e definiti degenerati: le opere d’arte esposte erano accompagnate da commenti dispregiativi e nel catalogo illustrato che accompagnava le mostre erano raggruppate sotto temi vari quali “Manifestazioni dell’arte razzista giudaica”, “La donna tedesca messa in ridicolo” o “La natura vista da menti malate”. » Continua a leggere «

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